Essere un Medico o fare il Medico ?
Vivere la professione o esercitare la professione ?
Certamente non è in gioco l'interrogativo esistenziale “Essere o non Essere? “, dilemma espresso nel celebre soliloquio dal Principe Amleto che esplora la profondità della esistenza umana nella tragedia scritta dal drammaturgo inglese William Shakespeare.
Alla domanda presente nel titolo di questo articolo risponde in modo lapidario , tagliente , tranchant e quanto mai incisivo il Prof. Davide D'Amico, illustre Chirurgo Accademico a Padova, Direttore per molti anni, dal 1984 al 1990, della 1° Clinica Chirurgica della Università degli Studi di Padova, dove ha fondato e diretto il prestigioso Centro di Trapiantologia Epatica con la realizzazione del primo trapianto di fegato nel 1990 , affermando che : “... Mente, cuore e mani fanno
di un chirurgo un uomo-chirurgo , mentre invece mente + mani ( manca il cuore ) fanno di un chirurgo soltanto un buon professionista... e che diverso è il modo di “fare chirurgia” dal modo di “fare il chirurgo...”.
Il Chirurgo è l'uomo “delle tre H “ : Head, Heart, Hand (mente ,cuore e mani) e solo con queste doti la chirurgia , in una odierna sensibile avanzata tecnologica, potrà essere esercitata nobilmente verso il paziente.
La Chirurgia è un'Arte , oggi più che mai ad alto contenuto tecnologico, esercitata con impegno ed alta professionalità dall'uomo-chirurgo a vantaggio dell 'uomo-paziente , che richiede una accurata formazione, non disgiunta da forte passione, massimo impegno, sacrificio , determinazione , perseveranza e “mission”.
Il paziente da parte sua chiede ascolto e compartecipazione affidandosi con fiducia ,in una stretta alleanza terapeutica , alle mani abili ed esperte del chirurgo.
“La mia vita è nelle sue mani”, così spesse volte il paziente si rivolge al chirurgo , che alle mani abili ed esperte unisce il proprio cuore ed il cervello.
Negli ultimi decenni la chirurgia ha registrato un'impennata vertiginosa con una rivoluzione tecnologica che non ha precedenti in un progresso inarrestabile ed entusiasmante. Comunque il binomio tecnica e tecnologia, ora in massimo sviluppo, non potrà mai sostituire la centralità del chirurgo-operatore nella sua incontestabile capacità decisionale, anche se dobbiamo constatare come attualmente il chirurgo sia parte , peraltro sempre apicale, di un team chirurgico pluridisciplinare che vede vari coattori di un evento chirurgico i cui risultati sono da ascrivere a più persone.
Oltre a ciò è indubbio come l' affinamento tecnico e pure creativo dei chirurghi ha contribuito a far sì che la Chirurgia assurgesse a vera dignità di Arte, a cui partecipa la triangolazione costituita dal malato, dal chirurgo, e dal binomio tecnica-tecnologia.
La iniziazione alla chirurgia è abbracciata per vocazione, non quale semplice scelta di comodità, e nella formazione del giovane chirurgo c'è sempre una Scuola , un Maestro con elevate capacità tecniche, culturali, ed organizzative al fine di esercitare la migliore attività di docente sotto il profilo clinico e dottrinario.
Vivere “ in pienezza” la Chirurgia è la reale “mission “, la ragion d'essere e l'impegno del chirurgo che recita con le sue mani, anche quando si avvale del Robot , ed in cui la manualità e dottrina sono in simbiosi, sempre guidate dalla mente, ma pure dal cuore : è una avventura esistenziale intensa e molto gratificante sostenuta da vigoroso entusiasmo e determinazione, impegno massimo e costante, partecipazione emotiva, una scelta che riempie la vita, l'impegno di un vita, sacrificandosi , soffrendo e sapendo soffrire, mirando sempre alla “eccellenza nella perfezione “ in ambito della cura del paziente , e per la perfezione bisogna sempre saper dare tutto, l' esercizio di tutta una vita, conscio comunque che la “ assoluta perfezione” è peraltro irraggiungibile.
Chirurgia di altissima precisione , anche se realizzata con l' ausilio del Robot : “chirurgia del particolare” , direi di ricamo, di cesello, in filigrana , e mai sterile virtuosismo.
E' interessante ricordare , a tal proposito, come Rita Levi-Montalcini , Premio Nobel 1986, nella sua opera autobiografica “ Elogio della Imperfezione “ segnala come la assoluta perfezione non sia mai raggiungibile, ma la autocoscienza del proprio limite sarà di sicuro stimolo per ulteriore massimo rigore ed impegno, concetto espresso in ben altro contesto anche dallo scrittore Sandor Marai nel romanzo “ La sorella” . Così anche il chirurgo mira sempre alla “eccellente perfezione “, che sarà sempre di positivo stimolo per gli interventi successivi.
Ma chi è il Chirurgo ? Prof. Paride Stefanini, illustre chirurgo al Policlinico di Roma dove realizzò il primo trapianto di rene in Italia nel 1966, con parole sferzanti affermò “ Omo sono, non un santo “: definizione netta e tutt'altro che banale e scontata, perchè Stefanini , di ampia cultura, faceva certamente riferimento al commediografo Publio Terenzio Afro (185-159 a.C.) che aveva scritto “Sono un uomo “ in una opera che invitava alla empatia, solidarietà e comprensione tra gli uomini , concetti trasferibili alla “mission e compito” del chirurgo.
Frequentemente i Social tendono ad estremizzare l'io-personaggio riferito al chirurgo a scapito dell'io-persona , affibiando al chirurgo per vari motivi la figura di “eroe”, o di “mito “ cioè attore protagonista incontrastato del scena chirurgica, quasi un sacerdote nel tempio della sala operatoria , un demiurgo, figura carismatica, aureolata di massimo prestigio . Ovviamente ciò fa molto piacere , ma il chirurgo è ben conscio che il sensazionalismo da parte dei “mass media” amplificato dalla stampa, che l' ha incoronato come un eroe o mito, ha vita molto breve, e non vuole essere distratto mantenendo salda la propria “mission” , evitando con fermezza quella “frammentazione dell' io” che emerge nel romanzo “Uno ,Nessuno,Centomia” di Pirandello.
D'altra parte già Pirandello nella commedia “ il piacere della onestà” aveva affermato che “è molto più facile essere eroi che galantuomini perchè eroi si può essere un volta soltanto, ma galantuomo devi esserlo sempre “ : si può certamente trasferire l'affermazione di Pirandello in ambito dello stesso concetto di “vivere in pienezza la chirugia”, registrando che il chirurgo occupa, senza dubbi, la posizione di “galantuomo” in tutta la sua professione e mission.
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Estremamente incisive le note trasmesse ai giovani chirurghi in formazione, che sotto riporto succintamente, da parte dell' illustre Maestro di Chirurgia Prof. Davide D'Amico. Affermazioni cosi chiare, di immediata efficacia, che generano un improvviso fremito d'animo, non richiedendo commenti e che lascio ai lettori .
Condividendo totalmente queste espressioni, posso affermare come identico sia sempre stato anche il mio sentire chirurgico , il mio credo come filosofia di vita e profonda ragion d'essere, e mi percepisco pertanto come “allievo” del Prof . D' Amico anche se la mia attività professionale si è sviluppata in ambito di diversa disciplina , cioè della chirurgia pediatrica e della urologia.
Leggiamo con particolare attenzione quanto scrive il Prof. D'Amico, illustre Chirurgo Accademico, Direttore per molti anni, dal 1984 al 1990, della 1° Clinica Chirurgica della Università degli Studi di Padova, dove ha fondato e diretto il prestigioso Centro di Trapiantologia Epatica realizzando il primo trapianto di fegato nel 1990 , eccellente Maestro di Chirurgia estremamente attento anche alla corretta formazione dei numerosissimi medici specializzandi della Sua Scuola, sia sotto il profilo clinico che dottrinario:
“... buona manualità, audacia e dottrina fanno grande un chirurgo... “
“...chirurgo nell'anima prima ancora che nelle mani... “
“...la chirurgia prima ancora di farla bisogna sentirla... “
“....è pure vero che il sentire chirurgico ognuno dei chirughi l'ha dentro, ma è altrettanto vero che la passione bisogna crescerla con l'impegno e la perseveranza...”
“...la chirurgia è una grande maga che ha saputo stregare solo quelli che in lei hanno creduto con il cuore e con la mente, senza mai calcoli di convenienza ...”
“...la Chirurgia mi ha affascinato , l'ho sposata ed abbiamo fatto un lungo percorso in cui gioie e dolori, esaltazioni e delusioni, entusiasmi e depressioni si sono alternati senza, però, mai togliere smalto a questa mia grande passione...”
“...mente , cuore e mani fanno di un chirurgo un uomo-chirurgo , mentre invece mente e mani fanno di un chirurgo soltanto un buon professionista ed un buon tecnico …”
“....E' necessario che il lavoro delle mani sia guidato dalla mente e dal cuore e, ove ciò non dovesse bastare , anche dalla fede …”
“...alcuni Chirurghi sanno riconoscere che la loro Arte sia subordinata ad un volere superiore... , come peraltro aveva a proposito affermato, con una testimonianza di fede, il Prof. Achille Mario Dogliotti , insigne chirurgo a Torino, pioniere della cardiochirurgia e della anestesia peridurale”.
“..i veri protagonisti non siamo noi chirurghi, ma i malati...il rispetto per chi soffre ...dedicarci con slancio al bene degli altri...”
“...c'è un valore aggiunto spirituale al lavoro del chirurgo,che pur essendo “artigianale” di artigianale ha ben poco , essendo guidato dalla mente e, ove questa non dovesse bastasse , anche dal cuore e dalla fede...”.
“...chirurgia, meravigliosa disciplina sempre bella e degna di essere professata al meglio...”
“..diverso il modo di fare chirurgia dal modo di fare il chirurgo...”.
“...l'uomo-chirurgo deve recitare con le sua mani trovando armonie interpretative non disgiunte da un'armonia umana psichica e religiosa..”
“...quando le mani di un chirurgo sono al lavoro il solo silenzio che non ci deve essere è quello dell'anima ...”.
“...mani agili e svelte,ubbidienti alla mente ed al suo disegno, rispettose di un dovere che è un impegno, lunghe e fusate, piccole e corte, grandi e panciute, ma sempre mani pensose, mani fattive, mani leggere , interpreti di un'Arte che è figlia dell'estro e del sapere...”.
“...il Chirurgo non deve mai tirarsi indietro, consapevole che anche asciugare una lacrima vale una vita intera... “ .
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Il chirurgo non vive in una “bolla isolata” rappresentata esclusivamente dalla sala operatoria , perche si interfaccia empaticamente con il paziente nel rispetto di una medicina cosiddetta “partecipata”.
Infatti nella quotidiana attività professionale il Chirurgo, come il Medico in generale, creare un rapporto empatico con tutti i pazienti , rapportandosi non solo con la malattia ma pure con la persona che è portatore della malattia stessa : in sintesi il chirurgo va oltre allo specifico atto terapeutico “col bisturi” , aggiungendo sempre il personale “calore umano “ , cioè in ultima analisi il “proprio cuore” , della vicinanza al malato : ciò conferma come la chirurgia non sia solo una attività di tecnica operatoria di altissimo valore , ma nel suo indubbio rigore scientifico possieda pure i connotati di scienza umanistica .
Il chirurgo ha il dovere di proporre al paziente le scelte più appropriate in una “alleanza terapeutica” non dimenticando mai il primato della dignità della persona umana . E ciò assolutamente indipendente dal proprio credo , tanto che nella parabola a tutti nota del “Buon Samaritano” è stato addirittura un “ non credente “ che si commosse ed ebbe compassione e pietà , mentre i due religiosi che avrebbero dovuto aver misericordia hanno tirato dritto per la loro strada.
Il chirurgo deve saper trasmettere, con particolare empatia, il calore umano della propria e personale “partecipazione attiva” in quanto la persona ammalata da parte sua cerca sempre ascolto, condivisione , comprensione ed affetto in cui la “alleanza” tra chirurgo e paziente è fondamentale, ed il paziente ha bisogno di percepire che il chirurgo ha “ il cuore in mano “ per cui può sentirsi preso in carico .
La cura è imparentata con la compassione ( dal latino cum /patior/passio = patire insieme) cioè partecipazione alla sofferenza dell'altro con solidarietà e condivisione , sentimento grandioso ed universale che secondo Dostoevskij è la più importante e forse l'unica legge di vita dell'umanità intera, ricordando Einstein che afferma “solo una vita vissuta per gli altri è una vita che vale la pena di vivere “ .
Oggi si parla di Medicina Partecipata : il comune concetto di “cura della malattia ” è stato sostituito con quello ben più ampio e profondo di “prendersi cura della persona ammalata” , per cui, nel rispetto della bioetica, il rapporto medico/persona ammalata viene modificato in quanto l'atto del medico è diventato un patto di cura o alleanza di cura sulla base anzitutto dell'attento ascolto della persona affetta da patologia a cui fa seguito la visita clinica, per cui si realizza una condivisione del piano di cura e quindi partecipazione attiva del paziente .
E' certo come ogni persona ammalata e sofferente cerchi sempre ascolto, condivisione , comprensione , com-passione intesa come compartecipazione ed affetto , e chieda nel contempo di partecipare nelle decisioni terapeutiche , sentendosi presa in carico, mentre da parte sua il Chirurgo, come il Medico in generale, sorretto da viva EMPATIA , consiglia le direttive diagnostiche e terapeutiche , nel rigoroso rispetto della libertà , dignità , valori e diritti della persona stessa, aggiungendo il personale calore umano della vicinanza alla persona .
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INDUBBIA IMPORTANZA DELLE PAROLE tra CHIRURGO E PAZIENTE :
Le parole diventano sempre un ulteriore e valido strumento terapeutico a disposizione del Chirurgo, ma pure di di tutti i Medici, mitigando certamente la sofferenza fisica-psichica del paziente, infondendogli speranza ed aiutandolo nel contempo a non sprofondare nella eccessiva preoccupazione ,o talora nella voragine della sofferenza, nell'angoscia e disperazione.
Il paziente chiede e desidera un ascolto attivo e preciso, cioè vuole sentirsi capito , compreso, ed accettato nella sua fragilità per cui il Chirurgo da parte sua deve scegliere le parole, caso per caso, che possano essere comprese subito e nella loro interezza specificando anzitutto la diagnosi della patologia, che mai deve essere espressa con crudezza o in momenti di fretta, ed illustrando tutte le varie possibili strategie terapeutiche adottabili . Ma subito dopo aver appreso la diagnosi il paziente può essere talora invaso da un senso di smarrimento e di preoccupazione per il suo futuro sia clinico che esistenziale : ecco che a questo punto il Chirurgo deve cercare di soddisfare a tutte le domande più o meno esplicite che il paziente desidererebbe porre , aggiungendo il proprio personale calore umano e quindi ottimizzando il rapporto empatico , e tale atto verrà fortemente apprezzato dal paziente che percepisce di sentirsi compreso emotivamente dal proprio chirurgo che in tal momento appare al suo fianco, come se si fosse “ tolto idealmente il camice “.
In sintesi, parole preziose , fulgide, discrete, delicate che non feriscano e rispettino la dignità e fragilità del paziente, e che devono lasciare sempre una traccia in chi sta male e che chiede aiuto.
Talora però paziente si chiude in un silenzio che parla solo con il linguaggio del volto, dello sguardo , o delle lacrime, un silenzio molto eloquente che non è assenza di parole ma “vocabolario del cuore” o respiro profondo dell'animo , un silenzio mentre il polso aumenta di frequenza e così pure il respiro, e non raramente gli occhi si inumidiscono : ciò potrebbe sgorgare anche dalla sensazione che il paziente avverte di non essere stato ascoltato e compreso come desiderava , oppure da una difficoltà del Medico stesso di creare una positiva ed immediata relazione interpersonale.
Ogni silenzio ha un suo proprio linguaggio e va anzitutto rispettato ma pure interpretato e pertanto “ascoltato” dal medico che in prima istanza ne intuisce le motivazioni, per poi riprendere con massima delicatezza , ed al momento opportuno senza impazienza o fretta di aggredire e rompere affrettatamente il silenzio stesso, un colloquio con parole sempre aperte alla speranza.
Le parole come afferma Eugenio Borgna, medico psichiatra, sono molto spesso intrecciate al silenzio e la loro fragilità rimanda alla fragilità del silenzio stesso che ha mille modi per esprimersi.
Questa comunicazione “non verbale “ cioè senza dire parole , acquista una importanza prima ancora delle parole stesse : già avvicinandosi al letto del paziente, il chirurgo , così come qualsiasi altro Medico, riesce prima ancora delle parole a far sì che il paziente ammalato si senta subito a suo agio , regalando un sorriso , con lo sguardo diretto agli occhi del paziente e la stretta di mano : immediatamente si accorciano le distanze ed il paziente capta un calore interpersonale per cui il proseguo dell'incontro ed il colloquio saranno molto facilitati.
A volte, a parlare sono solamente gli occhi, sorridenti , luminosi , sereni , felici quando le parole sono rassicuranti sulla diagnosi o l'atto di cura, ma spesse volte sono umidi di lacrime , un pianto che non ha bisogno di frasi ad effetto perchè parla senza parole , ma che chiede aiuto, comprensione , compartecipazione.
Davanti ad un paziente quasi rassegnato e quasi privo di speranze di fronte ad una diagnosi che apre ad un destino inaccettabile , le parole del chirurgo sono di enorme rilevanza , incisività e conforto , ed in tale frangente il chirurgo come afferma il Prof. Davide d'Amico, sopra citato, “... non deve mai tirarsi indietro, consapevole che anche asciugare una lacrima vale una vita intera “ .
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COME PARLARE AI BAMBINI :
Quali parole rivolgere ai bambini ammalati ? Stringendo fortemente la mano a mamma e papà tutti i piccoli pazienti sono sempre e comunque allarmati, spaventati e talora terrorizzati da un nuovo ambiente e dalle persone che non conoscono. Ma il bambino, come dice la famosa educatrice Maria Montessori, dopo il pianto così disperato si apre sempre e facilmente alla fiducia ed alla serenità : ecco che ciò si verifica solamente se il chirurgo , ed il Medico in genere, adotta la massima delicatezza nei suoi confronti , regalando subito un affettuoso sorriso od una carezza . Mai come con tali piccoli pazienti è di massima importanza, come sostiene Papa Francesco, la tenerezza e quindi la sensibilità, delicatezza, tatto, amorevolezza ,soavità , garbo e grazia .
E' fuori di dubbio la indiscussa massima efficacia curativa dell'amore ed affetto da parte dei loro genitori , ma pure la potenza terapeutica delle parole del Chirurgo , come dei Medici e del Personale infermieristico, fattori tutti che incidono positivamente sul loro decorso clinico e sulla guarigione .
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Mi fa piacere ricordare Albert Schweitzer , filosofo, medico, teologo , magistrale organista, e premio Nobel nel 1952 per la Pace quando riferisce come in una sera di tramonto in Africa nello sforzo di arrivare al concetto elementare ed universale dell'etica balenò nella sua mente la frase ” rispetto per la vita e per tutti gli essere viventi “, che divenne subito il motto del proprio impegno fondando a Lambaréné (Gabon) un Ospedale e villaggio per lebbrosi.
“La vita non è degna di esser vissuta se non è vissuta per qualcun altro” così scriveva Albert Einstein, mentre la poetessa Emily Dickinson afferma “...se allieverò il dolore di una vita o guarirò una pena...non avrò vissuto invano”.
Concludo con le parole del Prof. Pietro Valdoni , Direttore della Clinica Chirurgica al Policlinico di Roma dal 1959 al 1970, considerato il Caposcuola della moderna chirurgia italiana nel Novecento : ”...io vedo tutti i giorni, in sala operatoria , con il mio impegno chirurgico, nel profondo dell' uomo, il mistero della malattia e della guarigione, della vita e della morte, onorato di poter curare il fratello...” .